Una questione di tempo.
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Guardo l’orologio più spesso di quanto vorrei ammettere.
Come se potesse dirmi qualcosa che ancora non so.
Come se avesse la chiave di una verità che io, seduta qui, non riesco a cogliere.
“Sei in ritardo”, sembra sussurrare.
Ma rispetto a cosa?
Non è mai chiaro.
In ritardo sull’amore? Forse sugli affetti che ho trascurato, sulle parole non dette o sui gesti che non ho avuto il coraggio di fare.
Sul lavoro? Forse su quella promozione mancata o sul progetto che ho rimandato troppo a lungo, convincendomi che prima o poi ci sarebbe stato il momento giusto.
Su una versione di me che forse non esiste più? Su una persona che credevo di dover diventare e che invece oggi mi sembra distante, quasi un’estranea.
Cammino tra queste domande come in un corridoio lungo e stretto, e ogni tanto mi fermo a guardare la luce che filtra dalle finestre.
Non posso avere tutte le risposte, ma posso sottrarmi alla fretta di doverle produrre, posso concedermi il tempo di osservare prima di giudicare, posso permettermi di abitare le domande senza trasformarle in urgenze.
La nostra ossessione per la risposta immediata è il vero rumore di fondo.
Poi mi fermo.
Respiro.
E lentamente capisco che non sono in ritardo.
Sto solo arrivando adesso..
E in questo piccolo miracolo quotidiano, c’è qualcosa di potente.
Arrivare a se stessi non è mai tardi.
Arrivare richiede solo la pazienza di ascoltare i propri tempi, di restare presenti anche quando tutto intorno sembra correre più veloce di noi.
A volte ci illudiamo che cambiare significhi fare, muoversi, accelerare.
Ma ci sono trasformazioni che accadono solo quando ci concediamo il tempo di arrivare.
Quando smettiamo di inseguire orologi, scadenze, aspettative esterne e ci concentriamo sull’unico orologio che conta davvero: quello che batte dentro di noi.
E in quell’orologio silenzioso, ticchetta la verità più semplice e rivoluzionaria: non sei in ritardo.
Stai solo arrivando.
Al tuo passo.
